La critica
Riportiamo di seguito alcuni giudizi espressi dalla
critica sull'opera di Diego Laurocci
Il teatro della nostra infanzia
di M. Mariani
Gli oggetti che ci circondano non coincidono affatto con la
loro immagine. E' questo il motivo per cui da sempre hanno
affascinato grandi artisti come ad esempio G. de Chirico e A.
Savinio, che riconobbero nella Grecia del mito il "Paese
degli oggetti".
La loro poetica di pittori si basa su questa
semplice osservazione e l'effetto di straniamento che
percepirono, ispirò la loro metafisica visuale.
Diego Laurocci, ai giorni nostri, ha colto lo stesso fenomeno, la
stessa flagranza della cose, con valenze meno
compiaciute, perchè la sua poetica è più intima e a noi
familiare.
A ben osservare ogni opera di quest'artista, schivo e
rigoroso, è un'epifania domestica, un teatro
familiare, che ricostruisce la nostra infanzia.
Un fregio di
legno è un fregio di legno, ma non soltanto nella nostra
memoria, un cerchione di botte è identico a se stesso, ma non
proprio, se manca la botte, le gambe di un tavolo, se cotte al
sole, rinsecchite e gibbose come foglie morte, svelano la
metafora della loro esistenza, cioè di essere vere e proprie
"gambe", rinsecchite e gibbose.
Tutto questo e altro
ancora abbiamo la fortuna di vedere e capire, grazie alla metafisica
oggettuale di D. Laurocci, che attribuisce al più
povero materiale abbandonato dalla nostra disattenzione una
possibilità di ricongiungimento alla propria immagine, in uno
spazio che, a ben vedere, gli è sempre stato accanto.
Per
l'esattezza uno spazio che permea le cose e noi
stessi, lo spazio della metaformosi e del meraviglioso, del
misterioso e del terribile; lo spazio che appartiene al
fantastico gioioso e ironico del sogno reale.
E' il teatro della
nostra infanzia e Diego Laurocci ha l'ambizione di non farlo
dimenticare.
25 giugno 1993
Massimo Mariani
DIEGO LAUROCCI
archeologo della modernità
per un'ecologia della mente
"…Per certi aspetti potremmo dire che Diego Laurocci è una sorta di archeologo della modernità; egli scava nelle discariche del consumo contemporaneo, negli anfratti delle memorie domestiche e dell’autobiografia di mille storie individuali e collettive e scopre segnali, barlumi, accenni. Poi li ricompone in altre storie, ma sarebbe meglio dire in altre figure che raccontano, che rappresentano simbolicamente stadi della mente, stagioni del cuore, fessure significative della società.
L’assemblaggio non manca di divertita ironia, il percorso è insieme dell’homo faber e dell’homo ludens. Alle sue spalle la frequentazione di certe avanguardie storiche che vollero rompere con il feticcio del quadro e della scultura già in un tempo nel quale erano sconosciute le installazioni. Laurocci riesce a trasfondere nelle sue creazioni l’assoluta gratuità della visione, la dolcezza di un gioco tanto più nuovo quanto più legato ai fantasmi di ciò che è scomparso, il piacere della fantasia a supplenza della freddezza di un pensiero che non sa darsi ragione delle macerie e dei frantumi.
E’ un’arte povera quella di Diego Laurocci che sa piacere senza consolare, sa provocare il pensiero senza pretendere di essere risolutiva, sa accompagnare il puzzle dei nostri sentimenti senza imporsi con enfasi. E’ un’arte che punta all’ecologia della mente e proprio per questo non propone (prevede?) una visione tutta bella, pulita, organizzata, lucida e produttiva”.
Mario Cossali